Il sistema bancario italiano ha ancora molta strada da fare per quanto riguarda la trasparenza nei confronti dei risparmiatori e nonostante i primi default bancari la politica non è ancora intervenuta in nessun modo in loro tutela.

Prevenire quello che è successo nei recenti crac è di fondamentale importanza per i risparmiatori italiani, per questo, tramite l’Associazione Vittime del Salvabanche ho iniziato un percorso costruttivo di incontri con i vertici apicali del sistema bancario italiano, al fine di individuare soluzioni, almeno temporanee, in grado di tutelare almeno le fasce più deboli di risparmiatori, ma il bilancio che ne consegue con è affatto positivo.

Nonostante  le nuove normative Ue infatti troppo spesso le banche sono ancora poco trasparenti nel fornire, nella maniera più diretta possibile, tutti gli strumenti necessari per rendere il risparmiatore perfettamente consapevole dell’acquisto che sta facendo.

Negli ultimi anni, a seguito dei primi default bancari che hanno comportato il sacrificio dei risparmi di tanti italiani, ci sono state importanti novità in tema di trasparenza: la Mifid 2, introdotta nel gennaio 2018, era nata con l’obiettivo di aumentare la tutela degli investitori, nonché migliorare la comprensibilità dei costi, ma il risultato finale appare assolutamente insoddisfacente: molte banche non l’hanno applicata in maniera adeguata (lo dice un recente studio effettuato dal Politecnico di Milano che ha esaminato la qualità dell’informativa fornita a consuntivo da 18 grandi operatori finanziari, ed i risultati sono a dir poco imbarazzanti: solo cinque banche su 18 hanno rispettato integralmente tutti i requisiti minimi imposti dalla normativa. Sono poche, quindi, anche quelle che hanno fatto lo sforzo minimo per poter essere ritenute adempienti rispetto agli obblighi di trasparenza imposti dalla direttiva Mifid2.

Quindi molti non applicano gli obblighi informativi, e gli altri istituti bancari (si legge sempre nello studio) ne hanno tradito gli scopi  non rischiano, tra l’altro, nessuna sanzione.

Uno strumento introdotto dalla ue che apparentemente rappresenta un passo in avanti in termini di trasparenza sarebbe il  Kid (Key Information Document): un documento sintetico che  dovrebbe contenere le informazioni-chiave destinate a guidare con linguaggio chiaro e comprensibile gli investitori, ma pochi risparmiatori si ricordano di averlo ricevuto, questo perché probabilmente inserito insieme al resto della voluminosa documentazione rilasciata dalla banca stessa.

Inoltre, per la normativa europea, questo prospetto semplificato non è previsto per le azioni, non essendo quest’ultime strumenti finanziari complessi. Ma come sappiamo, la complessità non è direttamente proporzionale alla rischiosità del prodotto, e anzi, la storia recente ci insegna che sono state proprio le azioni a mandare in fumo tanti risparmi.

Insomma, nulla di nuovo sotto il sole: le normative “virtuali” europee non tutelano affatto i risparmiatori.

Per quanto poi si possa lavorare alla trasparenza nella descrizione dei prodotti finanziari tutto sarà inutile se non ci occupiamo prima di altri due fattori determinanti: la vendita in conflitto di interesse e i premi per il personale al raggiungimento di un determinato budget.
La maggior parte dei risparmiatori che investe nella propria banca lo fa fidandosi ciecamente dell’impiegato. Senza aprire qui un dibattito su onestà e deontologia professionale, appare evidente che finché le banche antepongono il budget agli interessi dei clienti, alcuni impiegati troveranno sempre il modo di “rifilare” certi prodotti. Qualcosa deve pertanto cambiare anche in questa direzione.

 

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